Il sesso è una necessità per tantissime persone.
E difatti un normodotato che cerca sesso, anche a pagamento, non desta scandalo: è serenamente accettato.
Ma non appena si parla di assistenza sessuale ai disabili, ché un disabile può avere la stessa necessità, ecco il tabù, l”immoralità”, lo “scandalo”.

Questo la dice lunga su quanto sia autentico il nostro considerare i disabili “uguali a noi”, che sbandieriamo ovunque.
Basta parlare di disabili e sessualità e cadono le maschere: emerge la voglia di negare diritti, quegli stessi che invece per i normodotati consideriamo e diamo per banali e scontati.

Ecco subito tutti pronti a chiamare (ovviamente con disprezzo) “PROSTITUTE” le assistenti sessuali (tutte, sempre “ovviamente”, rigorosamente donne).
Non sanno che gli assistenti sessuali sono uomini e donne, persone appositamente formate e che non erogano servizi sessuali.
È assistenza all’affettività, alla sessualità come percorso di conoscenza del proprio corpo (il servizio più “sessuale” è la masturbazione guidata) con lo scopo finale del percorso di vivere rapporti affettivi con gli altri più sereni, di sentirsi più appagati e felici.

Ma a molti no. NON VA BENE!

(Non scriverò oltre di assistenza sessuale ai disabili: non ho la competenza adeguata per affrontare il tema così delicato.
Però invidio la sicurezza di chi l’ha affrontato e lo affronta pensando subito solo a cazzo e fica, urlando È PROSTITUZIONE!!1!! e trascurando totalmente il disabile.

Anzi no.
Non la invidio per nulla.)

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