Di quella “fretta di te” che mi urla dentro.
Istante dopo istante.

Quante volte sto sul cazzo a mia insaputa.
Quando si dice “il destino”, amici.

Sul comò la foto sbiadita di Nonna col vestito a fiori, quello di quando andava in paese sulla corriera tutta impolverata.
Il viaggio era scomodo, la strada fra gli ulivi sterrata.
Ma Nonna ogni sabato andava al mercato dal Gino.
Perché anche a Nonna il cazzo piaceva tanto, amici.

Di quei tornando a casa con la consapevolezza che il “sentirsi arata” è in cima alla lista delle locuzioni preferite.

Quelli che fraintendono in malafede son pessimi, vero.
Ma pure quelli che, pur di non scusarsi di una cagata detta o scritta, dicono d’esser stati fraintesi non scherzano, amici.

Quelli che “Chi sbandiera amore e felicità è esibizionista. Io non sono così: certe cose van tenute intime e segrete”.
E invece ce le state raccontando: ci dite che siete tristi e non amati.
Ché se foste amati e felici di quanto sbandierano gli altri non v’importerebbe una minchia.

Non so come facciate a non stancarvi di odiare.
Io è di amare che non mi stanco mai.

Non dirmelo col cuore in mano, dimmelo col cazzo in tiro, che lo capisco meglio.

L’unico modo per stendere sulle labbra il rossetto in maniera perfetta è pensare alla pompa che di lì a poco faremo, amiche.

Coloro che straparlano non vanno assecondati, vero.
Ma lasciar loro soddisfare la “sindrome dell’ultima parola” fa sì che finalmente ci mollino, amici.

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