Capitolo 9 – Quel giorno al parco

Non è così difficile gestire un amante. A patto che si verifichino due circostanze, anzi tre. La prima: darsi delle regole e non trasgredire mai; la seconda: non perdere la testa. Poi c’è la terza, ovvero che la testa non la perda nemmeno lui. E la terza, beh, quella non la controlla nessuno.
Nei miei anni da infedele di amanti ne avevo gestiti anche due o tre nello stesso periodo. Li incontravo conciliando la mia agenda e la loro, incastrandoli fra riunioni e pranzi di lavoro, scegliendo uno o l’altro non seguendo il desiderio ma in base alla maggiore comodità che in quel momento ciascuno poteva offrire, come fossero interscambiabili. E in fondo sì. Lo erano.
Con Andrea stava andando tutto diversamente.
Per prima cosa, da dopo l’estate avevo cominciato a vedere solo lui. Insomma, in qualche modo gli ero fedele. Non era una scelta, e neppure una fatica ragionata. Accadeva. Inevitabilmente. E, strano a dirsi, quella esclusività aveva il sapore della trasgressione. Non è un dettaglio, perché il fatto stesso, la fedeltà voglio dire, di per sé rappresentava una deroga alla prima regola, e una spia evidente di pericolo per il superamento della seconda.
Stavo perdendo la testa?
Di certo avevo cominciato a perdere di vista cautele e prudenze. Continuavo a ripetermi “È solo un ragazzo. Ci faccio un altro giro e poi lo saluto”. Ma ogni volta mi sorprendevo a pensarlo, ad avere una voglia pazza di rivederlo. “Devo solo saziarmi” mi dicevo provando a rassicurarmi.

[……]

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