Era piena estate. Io trattenuta in città dal lavoro. Marito e figli al mare.
La sera, Milano usciva da una giornata torrida, una di quelle che solo l’idea di stare per strada ti dà l’angoscia, e se proprio devi uscire, per tutto il tempo sogni un ufficio, un negozio, un ristorante, un’automobile, un qualunque posto con l’aria condizionata dove rifugiarti.
Cominciava a far buio, eppure l’asfalto sembrava avere imprigionato il calore del giorno per rilasciarlo tutto insieme proprio a quell’ora. Mentre camminavo verso casa sentivo i tacchi affondare nel marciapiede, il piede che scivolava nei sandali senza presa, senza attrito, il vestito aderente tutto appiccicato addosso, le tette imperlate di sudore.
Avevo un appuntamento con Fabio, il mio amante milanese, bello e un po’ infelice, anche lui trattenuto in città dal lavoro, moglie e figli in vacanza. Era meno “libero” di me per le sue scappatelle, e se la sognava da settimane, la prima notte intera che avremmo passato insieme. Saremmo andati a mangiare qualcosa e poi a rinchiuderci in un hotel a scopare, con l’aria condizionata a palla. Anch’io ero contenta di vederlo: era un uomo piacevolissimo di quarantotto anni, alto e biondo, a letto attento e generoso.
Ma ci ripensai: la giornata era stata così calda e Milano tanto vuota che avevo dentro una gran voglia di vacanza. E non riuscii a farci niente: più di ogni altra scappatella con un qualsiasi amante, magari più esperto o dotato, pensando a una vacanza fu quel ragazzo a venirmi in mente, e il mio gioco con lui. Così, senza riflettere, nonostante l’entusiasmo di Fabio e i suoi due centimetri in più, chiamai Andrea.
«Vieni a casa mia. Ordiniamo una pizza e ascoltiamo musica», gli dissi solo.
«Il tempo della strada e arrivo», rispose.
Era spiazzato per l’invito, lo so, ma non ci aveva pensato un attimo. Ne ero felice, e allo stesso tempo mi sentivo spiazzata quanto lui: mai avevo nemmeno pensato di portare un amante qualsiasi nel posto del mio reale, la casa che aveva visto i miei ragazzi piccoli e me giovane e bella.
“Questa volta e poi basta”, pensai mettendo a tacere una vocina dentro che mi diceva: “A chi la racconti questa bugia, agli angeli?”.
Disdissi l’appuntamento col milanese, che ci restò di merda. Non l’ho più visto da allora, né mai gli ho dato spiegazioni. Erano le mie regole: chiarezza nel dare e nel ricevere, nessun impegno e nessun obbligo. Eppure oggi mi dispiace di avergli procurato un piccolo dolore. Forse si era innamorato un po’. Io però no, per niente. Quindi pazienza…
Mi infilai in doccia. Andrea arrivava da Cremona, avevo poco più di un’ora per prepararmi.
Quando citofonò gli aprii senza rispondere, scala e piano glieli avevo già dati per telefono. Mi piaceva tenerlo sulle spine e volevo che arrivasse da me emozionato e un po’ in soggezione.
Avevo addosso solo le mutandine e un négligé nero aderente e corto a mostrare le gambe, lisce e abbronzate, il culo rotondo e sodo, la vita stretta e in trasparenza il seno con i capezzoli grandi. Indossavo sandali coi tacchi altissimi e avevo truccato solo la bocca. Dallo stereo si diffondeva l’allegro iniziale della Piccola serenata notturna di Mozart.
Quando sentii l’ascensore aprii di poco la porta e misi fuori soltanto un braccio. Lo strinse. Lo tirai dentro casa e fra le mie braccia. Volevo che fosse investito di botto dal mio odore, dal mio profumo, dal mio calore.
[……]
