Capitolo 7 – Dirottamenti

Su un sito di incontri extraconiugali ci si va per scopare. Ci si va per noia, per voglia o quel che pare a voi. E perlopiù ci si va da sposati. Con la convinzione di volerci restare, sposati. Sennò si cercherebbe altrove.
Sposata ero e sposata rimanevo, convintamente. Le ragioni non le devo spiegare, credo. Ciascuno ha le sue, che alla fine sono sempre le stesse. Figli, affetto, convenienza, complicità, gratitudine, pigrizia. Giudicare è inutile, e comunque non rientra tra le mie abitudini: non mi giudicavo, quel che pensano gli altri sono affari loro e la vita è troppo breve per complicarsela con troppe masturbazioni mentali.
Avevo continuato a vedere altri uomini pescati sul sito quell’estate. Relazioni fugaci, che si aprivano e si chiudevano come porte girevoli. Andrea, era ancora, nelle mie intenzioni, uno fra tanti. Eppure, dei rapporti che ebbi nel periodo tra il primo incontro con il ragazzo e lo stabilizzarsi della nostra improbabile storia quasi non conservo memoria, come se la relazione con lui assorbisse totalmente la mia attenzione ancora prima che ne divenissi consapevole.
Se uno lo ricordo bene è perché fu imbarazzante. Credo di essere stata io a prendere un abbaglio: non avevo mai sbagliato in maniera così drammatica un “casting”. Com’è inevitabile in casi del genere, m’era rimasto da tenermi il pentimento a giochi fatti, e nient’altro.
Gianluca era un quarantenne molto attraente, brillante conversatore, intelligente e spiritoso. Ma a letto, un vero disastro. Non tanto per via di un cazzo che rientrava, a essere generose, appena nella media (a parte rare eccezioni fuori misura – in un senso o nell’altro – tutti i cazzi possono portare felicemente a termine il loro compito), quanto perché non ci sapeva proprio fare: mi toccava e baciava con foga e desiderio ma senza minimamente ascoltare e seguire le risposte del mio corpo.
E poi concludeva subito.
La prima delle due volte che scopammo, nell’unico pomeriggio trascorso insieme, venne praticamente trenta secondi dopo essermi entrato dentro.
«Ero troppo emozionato, mi piaci tanto», disse abbracciandomi.
Ricambiai l’abbraccio, mostrandomi comprensiva e rassicurante. Non che mi interessasse particolarmente rincuorarlo: mi premeva soprattutto non avere sacrificato a vuoto tutto quel tempo sottratto al lavoro, e speravo che la modalità materna fosse efficace per placargli l’ansia e migliorarne le prestazioni.
La seconda volta durò forse appena dieci secondi più della prima.
«Ti desideravo troppo», si giustificò. Ma fu quando aggiunse tronfio: «Però è andata meglio della prima, dai», che capii: considerava la questione come un fatto di poco conto, come se il mio piacere fosse secondario o, almeno, non essenziale quanto il suo.
Qualche volta c’ero cascata perfino io: la prima reazione di una donna in casi del genere non è mai di fastidio, di autotutela. Anzi, va nella direzione esattamente opposta.
Per carità, andrebbe bene – va bene – in una relazione stabile, serena, paritaria. Ma il mostrarci “politicamente corrette”, pazienti e comprensive con certi uomini che non si preoccupano minimamente di noi, è sbagliato. È frutto di una cultura patriarcale e non fa altro che rinforzare ego ed egoismo di uomini che continueranno a pensare al nostro piacere come qualcosa “in più”, che se accade, bene, ma se non accade, in fondo, è lo stesso.
Ecco perché non ascoltai una terza scusa.
Mi divertii a stuzzicarlo lucidamente con le mani, portandolo vicinissimo a un nuovo punto di non ritorno per interrompere il tutto sul più bello, alzarmi dal letto, rivestirmi e andarmene, lasciandolo lì, nudo e a cazzo dritto, a finire da solo, se proprio voleva.
Con altri era andata sessualmente meglio, almeno per quanto riguardava durata del rapporto e dimensioni del cazzo (che poi sono gli unici due parametri in base ai quali molti uomini valutano la loro sessualità). Ma che fossero buone o meno, nessuna di quelle esperienze aveva scalfito il mio desiderio dell’intensità sperimentata con Andrea.
Anzi, o meglio, nonostante dentro di me rimanesse acceso il campanello del pericolo, mi accorgevo di frenarmi, di non chiedergli un incontro tutte le volte che lo desideravo. Dirottavo spesso intenzionalmente le mie voglie da quel ragazzo dolce e timido verso l’amante di turno, più esperto e abile. Mi forzavo a farlo. Scopavo con uno qualsiasi per sostituire lui, reprimendo una voglia di candore a me del tutto estranea.
Di tanto in tanto, però, non riuscivo a resistere, e ci vedevamo.
Desideravo essere invasa da quella dolcezza densa e appiccicosa come miele, che si attaccava a ogni angolo della mia volontà. Non era un piacere lineare né facile. Era scomoda e inquietante, quella dolcezza. Disfaceva i miei piani di peccatrice efficiente e organizzata, apriva una crepa nella mia disciplina e lasciava emergere un desiderio che non sapevo come gestire, né dove rinchiudere.
Con altri amanti, la dolcezza era sempre stata un ornamento, un adorno, una concessione superficiale che svaniva dietro il desiderio. Ma con Andrea era diverso: era il centro, il cuore di tutto. La dolcezza con cui mi toccava, con cui mi guardava… Era disarmante. Non era costruita né studiata, ma qualcosa di puro, istintivo, come se fosse incapace di nasconderla. Non chiedeva nulla, non si aspettava nulla. E proprio per questo riusciva a scivolarmi sotto la pelle, a scaldarmi da dentro, invadendo ogni angolo, appiccicandosi ai miei pensieri, alle mie intenzioni.
Che fosse rischioso continuare lo sapevo benissimo.
E immaginavo che forse sarebbe stato difficile, a un certo punto, doverci rinunciare, com’era giusto e inevitabile.
Ma come si può resistere alla dolcezza quando ti attraversa così?
“Qualche altra volta”, mi dicevo. Perché negarmela?
Un’altra volta ancora. Solo un’altra volta.

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