La 110 era al piano terra. A pochi metri dal banco della reception. Entrammo.
Andrea aveva un fare impacciato, perfino indeciso. Decisi di imbarazzarlo ulteriormente assumendo un’espressione seria, quasi scocciata, e mi mossi nella stanza ostentando disinvoltura. Eravamo in silenzio, c’era solo il rumore dei miei tacchi sul pavimento.
«Vado al bagno», dissi.
Mi chiusi nella toilette. Sentivo i suoi movimenti al di là della porta. Me lo immaginavo che vagava nella stanza, chiedendosi se fossi arrabbiata e perché, se avesse sbagliato qualcosa o detto una frase fuori posto. Fumai una sigaretta sorridendomi sorniona allo specchio.
Quando uscii la stanza era al buio. Andrea si era seduto sul letto davanti alla tv sintonizzata su nessun canale.
«È bello quello che stai guardando?», gli chiesi chiamandolo per cognome.
Poi mi piazzai in piedi fra lui e il televisore, col culo all’altezza del viso, ripetendogli: «È bello quello che stai guardando? È meglio di questo?».
Lui balbettò qualcosa che non capii mentre io, come se fosse la cosa più naturale del mondo, mi toglievo vestito, reggiseno e mutandine.
Mi sdraiai sul letto supina con solo la sottoveste addosso.
«Non vieni?», gli dissi.
Lui mi venne accanto. Poi tornò seduto, si tolse le scarpe e si distese di nuovo, coricandosi su un fianco e volgendo il viso verso di me. Cazzo quanto era emozionato! Mi sembrava di sentire tutto il suo turbamento.
Avvicinò il suo viso al mio. Rimasi sospesa, immobile. Poi mi scostai repentinamente.
«Scusa, non è che stavo per baciarti. Volevo solo sentire il tuo odore. Scusa», mi disse.
La sua voce che tremava mi entrò dentro. “Hai capito il ragazzo”, pensai. “Voleva annusarmi…”
Mi misi lentamente a cavalcioni su di lui
«Spero tu stia prendendo appunti, ragazzo. Questo non te lo insegnano all’università» gli dissi piano.
Avvicinai le dita al suo viso. Ne percorsi i contorni, la fronte, le sopracciglia, le palpebre, il naso, la curva delle labbra, le guance, l’osso della mascella. Poi mi chinai ad annusarlo, col suo fiato che mi solleticava il collo. Lo annusai dovunque.
Andrea era ancora interamente vestito. Nelle parti di corpo che aveva scoperte lo annusavo piano, dolcemente. Sul torace e le gambe, dove aveva maglietta e pantaloni, annusavo energicamente, strofinando naso e labbra contro il tessuto, come un cane che fiuta un indizio. Per ultima gli annusai la patta. Spingevo col naso in prossimità dell’inguine, facendo tendere il tessuto dei pantaloni, appoggiando lì la guancia per sentire, sotto, il rilievo del cazzo già duro. Stetti per un po’ ferma e allungai le mani verso l’alto, mettendogli le dita in bocca.
Poi mi tirai su, mi rimisi a cavalcioni su di lui e gli presi la faccia fra le mani. Lo guardai negli occhi. Aveva le pupille dilatate. Sembravano due laghi neri.
Mi poggiò le sue mani sulla fronte, sulle tempie, e io fui investita da una sensazione dolcissima. Scesi a baciargli la bocca. Un bacio morbido e profondo.
“Troppo dolce…”, pensai. Era una sensazione strana, tanto nuova e insolita che ne ebbi timore. Resistetti alla tentazione di chiudere gli occhi e scivolarci dentro. Mi staccai e cominciai a spogliarlo con foga, come a riprendere in mano la situazione. E così, via la maglietta, in azione le mie dita frenetiche sui bottoni dei jeans.
Lui ogni tanto mi fermava, tornava ad appoggiarmi le mani sulle tempie, a guardarmi con gli occhi immensi. E ogni volta venivo inghiottita da quella sensazione di dolcezza mista a meraviglia. Non potevo fare a meno di sorridergli e baciarlo ancora sulla bocca. Eravamo in un fermo immagine di miele. “Troppo dolce. Troppo tutto”, pensai di nuovo. E di nuovo provai a resistere, riprendendo a spogliarlo freneticamente. Via i pantaloni, via le mutande.
Era completamente nudo adesso, disteso, la sua erezione perfetta. Ci abbracciammo e rotolammo sul letto a invertire le posizioni. Adesso era lui sopra di me. Quanta vita nei suoi occhi, quanta dolcezza, quanto desiderio. Era bello in modo commovente. Mi resi conto che lo stavo desiderando troppo, quel ragazzo, come non mi accadeva da tempo. Poggiai le mani sulle sue natiche e lo chiamai per cognome.
«Dammelo in bocca», gli dissi, invitandolo con le mani e con i movimenti a mettersi a cavalcioni sul mio seno e a puntarmi il cazzo sul viso. I laghi neri ebbero un guizzo. Mi assecondò immediatamente.
Avevo il suo uccello gonfio davanti agli occhi. Cominciai a passare le dita fra i peli, a percorrere con i polpastrelli le linee delle vene gonfie sull’asta, poi la cappella. Intanto lo respiravo forte, mi nutrivo dell’odore di lui.
Sollevai la testa per sfregarmi perbene il membro sulla faccia, sulle palpebre, sulle guance, sulle labbra chiuse. Sfregavo e annusavo. Andrea mi guardava, eccitatissimo e un poco smarrito, poi tornava a tenermi le tempie con le mani, a tuffare gli occhi nei miei, a scivolare e farci scivolare nel fermo immagine di miele.
Di nuovo mi obbligai a scrollarmi di dosso la sensazione di dolcezza che mi investiva. Alzai le braccia, strinsi con le mani la testiera del letto e l’invitai a bloccarmi le braccia con le mani.
«Scopami la bocca», ordinai.
Mi avvicinò la punta alle labbra e io le dischiusi per accoglierlo.
Cominciò lentamente ad andare dentro e fuori la mia bocca, sempre più dentro a ogni spinta. Muovevo la lingua in modo da accarezzargli cappella, filetto e asta a ogni affondo, piegavo il collo per favorirlo, per farlo scorrere fra lingua e palato, perché arrivasse in gola fino a farmi lacrimare. Poi, quando sentii le palle che mi sbattevano sul mento, cominciai a succhiarlo in maniera ritmica, accompagnando il movimento con la lingua. Mi piaceva così tanto che spalancai le gambe e presi a muovere il bacino. Non smettevo di guardagli gli occhi: c’erano momenti in cui li spalancava, e momenti in cui li socchiudeva rovesciando indietro la testa. Poi tornava a cercare i miei.
Pulsava forte e compresi che stava per venire. Colsi una certa ritrosia, forse era insicuro. Forse non sapeva se poteva venirmi in bocca, se doveva spostarsi o altro. Staccai le mani dalla testiera del letto e cercai le sue che mi bloccavano le braccia. Gliele strinsi forte. Col cazzo che mi riempiva la bocca feci per un paio di volte cenno di sì con la testa, incoraggiandolo a godere senza preoccupazione. I due laghi neri mostrarono uno scintillio mentre cominciava a pulsare più potente e a stillare il suo latte nella mia gola.
Succhiavo, assecondando l’ondata dei fiotti di sperma caldo e dolce, succhiavo e premevo la lingua sull’asta a placarne e accarezzarne i fremiti, succhiavo e ingoiavo mentre con le mani stringevo le sue che tremavano.
Mi sembrava di succhiargli l’anima.
Fu una lunga notte.
Lo feci mio e fui sua più volte.
In silenzio.
Ero sempre io che decidevo momenti e posizioni.
Mi misi a quattro zampe davanti allo specchio e lo incitai a montarmi da dietro, invitandolo a guardare la mia faccia riflessa nello specchio.
Lo cavalcai stando sopra, impalandomi su di lui e dondolandomi avanti e indietro.
Lo feci mettere in piedi: «Ti voglio succhiare il cazzo stando in ginocchio e voglio che ti guardi allo specchio. Devi renderti conto di quanto sei bello».
Avevo deciso tutto io. Di farmelo. Come farmelo. In quanti modi e quante volte farmelo.
Ma non avevo vinto.
Lo capii dal suo abbraccio dopo che avevamo goduto insieme, io ancora a quattro zampe e lui pesante dietro di me. Abbracciati furiosamente, quasi dolorosamente, come due sopravvissuti a un naufragio, certi di essersi salvati, vivi e felici.
