Capitolo 5 – A passo di danza

Non lo immaginavo, lo giuro. Avviandomi con lui verso la camera 110, quasi in silenzio, io sapendo benissimo che cosa fare, lui visibilmente no, a tutto potevo pensare tranne come sarebbe andata a finire. Camminavo appena dietro di lui, intenzionalmente: volevo che sentisse il mio sguardo addosso, che avesse chiara la consapevolezza di trovarsi a un ballo dove ero io a condurre anche se era lui a farmi strada.
Ho avuto due mariti, il primo che ancora non avevo finito l’università. Ho tre figli, uno grande, adulto e meraviglioso, fatto allora senza pensarci un attimo, due piccoli, desiderati e luminosi di possibilità. Mi sono laureata a ventidue anni. Poi la solita trafila di corsi, esami, concorsi, abilitazioni.
Studio in centro, clienti enormi, e dieci ore al giorno di lavoro. Sorpresi? Mica ho sempre solo scopato, nella vita. Ho studiato e studio ancora, perché la benedizione del mio lavoro sta tutta lì: mi obbliga ad aggiornarmi in continuazione; per capire e crescere non basta studiare, lo so, ma stare con la mente accesa aiuta a farsi domande, ad accogliere la curiosità, a esplorarsi dentro, a scoprire ogni parte di noi. E ci evita di rimbambirci.
Oggi Andrea è un uomo libero, ma allora non aveva neanche idea delle possibilità meravigliose che ha un corpo se impara ad apprezzare il piacere partendo dal cervello. Però aveva un dono naturale, una caratteristica rara: la genuinità, quella che manca a tanti quaranta o cinquantenni, tutti presi dalle loro recite, dai loro egoismi, dai rancori per qualche ex, da granitiche certezze, e da autoimposti, invalicabili limiti.
In un mondo di uomini che indossavano maschere, il ragazzo imbarazzato che camminava davanti a me verso la 110 aveva il coraggio di restare se stesso anche mettendosi in gioco. Era autentico.
Mi ha sempre affascinata, la genuinità: il mio esplorare, la mia smania di sesso senza implicazioni sentimentali, non era forse una ricerca di autenticità? Offrirmi così non era il solo modo che avevo per non rinnegare quel “qualcos’altro” che, comunque mi guardassero gli altri, ero?
Forse pure gli occhi di Andrea mi videro così: vera.
Magari le sue coetanee erano troppo impegnate a impersonare la parte delle donne adulte, sicure e disinvolte, mentre in realtà avevano solo bisogno di rassicurazioni. Rassicurazioni su loro stesse, sul loro aspetto, sulla coppia, impegnate a vivere sesso e relazioni come funzionali alla progettazione del futuro, invece di godersi la spensieratezza dei loro vent’anni. Donne giovani perennemente preoccupate dal fatto che gli uomini “volessero solo scopare”, mentre io… Beh, io volevo solo scopare.
Chissà, forse la genuinità e il coraggio di essere noi stessi si riconoscono.
E si attraggono.
Pure in età diverse.
O almeno, mi piace pensare che sia questo che è successo a me con Andrea e a lui con la donna che ero. E con la donna che sono.

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