Capitolo 5 – A passo di danza

Non lo immaginavo, lo giuro. Avviandomi con lui verso la 110, quasi in silenzio, io sapendo benissimo che cosa fare, lui visibilmente no, a tutto potevo pensare tranne a come sarebbe andata a finire. Camminavo appena dietro di lui, di proposito: volevo che sentisse il mio sguardo addosso, che avesse chiara la consapevolezza di trovarsi a un ballo dove ero io a condurre anche se era lui a farmi strada.
Gli guardavo la schiena e pensavo. Lui ha ventiquattro anni. Io i ventiquattro anni li ho avuti, e poi li ho consumati. Due mariti, il primo che ancora non avevo finito l’università. Tre figli: uno grande, adulto e meraviglioso, fatto senza pensarci un attimo; due piccoli, desiderati e luminosi di possibilità. La laurea a ventidue anni, e poi la solita trafila: corsi, esami, concorsi, abilitazioni. Studio in centro, clienti enormi, dieci ore al giorno di lavoro.
Una vita intera a non accontentarmi, a tenere la testa accesa per non rimbambirmi. Ed era proprio questo — la stessa fame di non stare ferma — che mi faceva camminare in quel corridoio dietro a un ragazzo che di me non sapeva niente.
Allora non lo sapeva ancora. Non lo sapeva. Ed era la cosa più bella di lui.
Lo vedevo da come camminava: senza pose, senza la rigidità calcolata degli uomini che conoscevo io, quelli che anche in un corridoio d’albergo avanzano come se qualcuno gli stia dando un voto. Andrea camminava con l’imbarazzo addosso, senza provare a nasconderlo. Si vedeva dalle spalle, leggermente chiuse, dal passo che esitava appena prima di ogni porta. E quell’andare avanti senza maschera verso qualcosa che lo travolgeva mi piaceva tanto. Non stava recitando. Non si pavoneggiava, non rallentava il passo per aspettarmi, non si girava con il sorriso studiato che tutti gli altri a quel punto tiravano fuori. Semplicemente camminava, nervoso, senza sapere che fare con le mani. Gli guardavo la nuca e sentivo una voglia pazza di avvicinarmi e annusarlo lì, proprio lì, in quel pezzo di pelle tra il collo e i capelli. Non lo feci. Ma la voglia mi accompagnò fino alla 110 come un animale caldo attaccato alle gambe.
In quel corridoio, con la moquette che attutiva i miei tacchi e la sua schiena davanti, qualcosa non mi quadrava. Sapevo esattamente cosa sarebbe successo in quella stanza. L’avevo fatto decine di volte. Lo sapevo. Ma non avevo mai camminato così verso una porta. Mi chiesi che cazzo ci faceva un ragazzo di ventiquattro anni in un sito di sposati, potendo scoparsi qualsiasi coetanea. Però guardandogli la schiena, mi sentivo intera. Forse anche lui mi vide così, e per questo ora era in quel corridoio con me.
Sì. Forse c’eravamo annusati. E ora per questo gli camminavo dietro, fissandogli la nuca e morendo dalla voglia di ficcarci il naso.  […]

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