Avevo indossato un vestitino elegante molto scollato, tacco 12, capelli freschi di parrucchiere e mi ero abbondantemente truccata. Appena scesa dal taxi di fronte all’albergo immaginai che il portiere avrebbe potuto scambiarmi per una escort, ma il pensiero, invece di imbarazzarmi o intimidirmi, mi accese.
“Se deve prendermi per una puttana, che almeno mi trovi una puttana bellissima”, pensai. Mi misi un altro strato di rossetto, allargai la scollatura del vestito ed entrai nella hall con passo liquido.
Dissi che dovevo andare alla stanza 110, che ero attesa da un ragazzo e che avrei pagato io. Il pensiero “È una puttana” passò senza dubbio nella mente del portiere, ma quell’indizio — mica ci pensano, le puttane, a pagare la stanza, no? — insieme alla voce, al vestito, alla fede al dito, gli stava suggerendo che forse ero una Signora… Una Signora?
Adorai averlo imbarazzato. Non si trattano nello stesso modo, le Signore e le puttane.
Andrea guardava la scena dal salotto davanti alla reception. Si avvicinò, la voce insicura: «Sei tu Anna?»
Il portiere trasalì. Quale donna senza nome si fa aspettare in un albergo, se non è una puttana? Trovai l’equivoco in cui si dibatteva il suo cervello dannatamente eccitante.
E poi mi eccitava Andrea, quel ragazzo tanto attraente, più bello dal vivo che nelle foto, così diverso dai miei soliti amanti. Giovane, alto, un corpo magnifico e gli occhi intimiditi.
«Sono io», risposi.
Mi avvicinai con la bocca al suo orecchio, alzandomi leggermente sui tacchi, strofinando appena il culo sul bancone quasi in faccia al portiere.
«Prima di salire in camera voglio prendere un aperitivo nel bar qui davanti», sussurrai.
Poi poggiai con sicurezza il documento sul banco della reception. Il portiere lesse la mia età e lo stato civile di coniugata, guardò la scollatura, non ci capì un cazzo, farfugliò qualcosa su fotocopie, dopo, sì, grazie… E sono pronta a giurare che da un presumibile letargo qualcosa gli si stesse risvegliando all’altezza dell’inguine.
Ci spostammo al tavolo del bar di fronte all’hotel.
Il mio dito percorreva lentamente il bordo del bicchiere di Campari. Freddo. Rosso. Brillante.
Il ragazzo era seduto rigido, le gambe ancorate alla sedia. Nervoso, quasi diffidente. Lo guardavo fisso, gustandomi ogni istante del suo disagio.
Smisi di guardarlo e presi a seguire con gli occhi il movimento del mio dito sul bordo del bicchiere, con l’unghia rossa che grattava il vetro. Volevo apparirgli annoiata ma ero attentissima. Percepivo il suo sguardo e la sua emozione. Ogni tanto sollevavo il viso e gli piantavo gli occhi negli occhi. Occhi di donna di quarantaquattro anni, spudorata, sicura, dentro gli occhi di un ragazzo emozionato.
Che scena, me la vedevo da fuori. Avrei voluto essere da un’altra parte a guardarla, e bagnarmi.
Mi chiese cosa facevo nella vita. Glielo dissi. Lui annuì come se avesse capito, ma gli occhi gli erano scappati sulla scollatura e non era tornato in tempo. Si passò una mano sulla nuca — il gesto dei ragazzini — e cambiò argomento. Non aveva la minima esperienza di questi appuntamenti e non sapeva nasconderlo. Ne ero divertita.
Cominciai a studiarlo nel dettaglio. Era moro, con la carnagione chiara, gli occhi scuri, un sorriso che gli tremava addosso. E spalle grandi, braccia muscolose, mani ferme. Cambiai posizione. M’inarcai in avanti per guardarlo meglio, sfacciatamente.
E più lo guardavo più mi piaceva. Più lo guardavo più mi piacevo.
E io piacevo a lui.
Nonostante la lieve diffidenza che gli si affacciava ogni tanto sul viso, nonostante l’incredulità per l’evolversi dell’appuntamento, gli occhi e la voce non riuscivano a nascondere l’emozione. A un certo punto allungò la mano per prendere il bicchiere e gli tremava. Non lo nascose, non ci provò neanche. Mi guardò e si strinse nelle spalle, come a dire: sono così.
Quel gesto mi arrivò nel ventre. Non lo avevo previsto: mi aspettavo di giocare a flirtare con un ragazzino, non di sentirmelo arrivare dentro così.
Mi attraeva tanto quel candore misto all’eccitazione, una timidezza che aveva ceduto alla voglia di osare. Perché forse lui si aspettava di farsi solo annusare, oppure di vedere un film, magari di restare con le palle gonfie, e altro non sperava…
Un paio di volte lo sorpresi a fissarmi le gambe. Un paio di volte gli sorrisi. Ogni volta lui arrossiva e io, cazzo, mi ritrovai a pensare “Ti voglio”. Anzi, no. “Ti voglio tantissimo”.
Presi a raccontare di qualche mio incontro con gli uomini del sito, senza risparmiare i dettagli scabrosi, sorseggiando il Campari, accompagnando le storie con uno sguardo sfrontato. Regolarmente, Andrea arrossiva e abbassava gli occhi. Era tenero. Io ridevo e lo incalzavo di domande, buttandoci dentro qualche parola “forte”.
«Hai già incontrato altre donne del sito?»
«Ma te le sei scopate?»
Lui sbatté le palpebre e abbassò lo sguardo. Mi inclinai un po’ di più sul tavolo, giocherellando con il bordo del bicchiere.
«Perché ti piacciono quelle più grandi?»
Silenzio. Sorrisi.
«Ti sei masturbato al telefono con qualcuna di loro?»
Lui deglutì.
«E pensando a me?»
Lo costringevo a guardarmi se abbassava gli occhi. Quando ero certa di avere nuovamente catturato il suo sguardo mi zittivo, rimanevo seria, mi facevo la bocca imbronciata e passavo piano la punta della lingua sul labbro. Lui tornava ad abbassare gli occhi e aveva un fremito nel respiro, come se l’emozione che fino a quel momento aveva in gola d’improvviso si spostasse giù a gonfiargli il cazzo. Mi piaceva da morire pensare che si sentisse così, emozionato dalla gola al cazzo.
Una volta lo beccai che non mi stava guardando gli occhi, ma la bocca. Ci mise un attimo di troppo a risalire. E in quell’attimo lo vidi — non stava più solo arrossendo. Si era sporto verso di me senza rendersene conto, col corpo andato prima della testa.
Gli chiesi qualcosa — non ricordo cosa, un’altra delle mie provocazioni — e lui non abbassò gli occhi. Mi guardò. Fermo. Non sfrontato, non sicuro. Fermo. Come se per un secondo avesse smesso di avere paura e mi avesse vista davvero. Mi sentii lo stomaco contrarsi. Durò poco. Distolse lo sguardo, tornò il ragazzino timido, e il momento passò. Ma io l’avevo sentito. Qualcosa che non c’entrava col candore, né con l’inesperienza.
Qualcosa che, decisi, di lì a poco gli avrei tolto con la lingua.
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