Capitolo 4 – L’aperitivo

Avevo indossato un vestitino elegante molto scollato, tacco 12, capelli freschi di parrucchiere e mi ero abbondantemente truccata.
Appena scesa dal taxi di fronte all’albergo immaginai che il portiere avrebbe potuto scambiarmi per una escort, ma il pensiero, invece di imbarazzarmi o intimidirmi, mi accese.
“Se deve prendermi per una puttana, che almeno mi trovi una puttana bellissima”, pensai. Mi misi un altro strato di rossetto, allargai la scollatura del vestito ed entrai nella hall con passo liquido.
Dissi che dovevo andare alla stanza 110, che ero attesa da un ragazzo e che avrei pagato io. Il pensiero “È una puttana” passò senza dubbio nella mente del portiere, ma quell’indizio (mica ci pensano le puttane a pagare la stanza, no?) insieme alla voce, al vestito, alla fede al dito, gli stavano suggerendo che forse ero una Signora… Una Signora?
Adorai averlo imbarazzato. Non si trattano nello stesso modo, le Signore e le puttane.
Andrea guardava la scena dal salotto antistante la reception. Si avvicinò, e con tono interrogativo e la voce insicura chiese «Sei tu Anna?».
Il portiere trasalì. Quale donna dall’identità incerta viene attesa in un albergo se non fa la puttana? Trovai l’equivoco in cui si dibatteva il suo cervello dannatamente eccitante.
E poi mi eccitava Andrea, quel ragazzo tanto attraente, più bello di persona rispetto alle foto che mi aveva inviato, così diverso dai miei soliti amanti. Giovane, alto, un corpo magnifico, gli occhi intensi e intimiditi.
«Sono io», risposi.
Mi avvicinai con la bocca al suo orecchio, alzandomi leggermente sui tacchi, strofinando appena il culo sul bancone quasi in faccia al portiere.
«Prima di salire in camera voglio prendere un aperitivo nel bar qui davanti», sussurrai.
Poi poggiai con sicurezza il documento sul banco della reception. Il portiere lesse la mia età e lo stato civile di coniugata, guardò la scollatura, non ci capì un cazzo, farfugliò qualcosa su fotocopie, dopo, sì, grazie… E sono pronta a giurare che da un presumibile letargo qualcosa gli si stesse risvegliando all’altezza dell’inguine.
Ci spostammo al tavolo del bar di fronte l’Hotel.
Il mio dito percorreva lentamente il bordo del bicchiere di Campari. Freddo. Rosso. Brillante.
Il ragazzo era seduto rigido, le gambe ancorate alla sedia. Nervoso, quasi diffidente. Lo guardavo fisso.
Smisi di guardarlo e presi a seguire con gli occhi il movimento del mio dito sul bordo del bicchiere, con l’unghia rossa che grattava il vetro. Volevo apparirgli annoiata ma ero attentissima. Percepivo il suo sguardo e la sua emozione. Ogni tanto sollevavo il viso e gli piantavo gli occhi negli occhi. Occhi di donna quarantenne, spudorata, sicura, dentro gli occhi di un ragazzo emozionato.
Che scena, me la vedevo da fuori. Avrei voluto essere da un’altra parte a guardarla, ed eccitarmi.
Andrea era completamente diverso dagli uomini che avevo conosciuto sul sito di incontri. E non solo per l’età. Era diverso perché, evidentemente e senza possibilità di mascherarlo, non aveva alcuna esperienza di quel genere di appuntamenti. Percepivo imbarazzo nei suoi poco brillanti tentativi di conversazione e ne ero divertita.
Cominciai a studiarlo nel dettaglio. Era moro, con la carnagione chiara, gli occhi scuri, un magnifico sorriso. E spalle grandi, braccia muscolose, mani ferme. Cambiai posizione. M’inarcai in avanti per guardarlo meglio. Lo feci senza curarmi di essere discreta, in maniera volutamente sfacciata.
E più lo guardavo più mi piaceva. Più lo guardavo più mi piacevo.
E io piacevo a lui.
Nonostante la lieve diffidenza che gli si affacciava ogni tanto sul viso, nonostante l’incredulità per l’evolversi dell’appuntamento, gli occhi e la voce non riuscivano a nascondere l’emozione.
Un paio di volte lo sorpresi a fissarmi le gambe.
Un paio di volte gli sorrisi.
Ogni volta lui arrossiva e io, cazzo, mi ritrovai a pensare “Ti voglio”. Anzi, no. “Ti voglio tantissimo”.
Non lo avevo assolutamente previsto: mi aspettavo di giocare a flirtare con un ragazzino e non avevo messo in conto di quanto sa essere irresistibile il candore, quando ci si mette. Realizzai che ecco, era quello ad attrarmi così tanto: il candore misto all’eccitazione, la timidezza che aveva ceduto alla voglia di osare accettando una proposta tanto insolita. Perché forse lui si aspettava di farsi solo annusare, oppure di vedere un film, magari di restare con le palle gonfie, e altro non sperava…
Presi a raccontare di qualche mio incontro con gli uomini del sito, senza risparmiare i dettagli scabrosi, sorseggiando il Campari, accompagnando le storie con uno sguardo sfrontato. Regolarmente, Andrea arrossiva e abbassava gli occhi. Era tenero. Io ridevo e lo incalzavo di domande, in modo frivolo e disinvolto, buttandoci dentro qualche parola “forte”.
«Hai già incontrato altre donne del sito?»
«Ma te le sei scopate?»
Lui sbatté le palpebre e abbassò lo sguardo. Mi inclinai un po’ di più sul tavolo, giocherellando con il bordo del bicchiere.
«Perché ti piacciono quelle più grandi?»
Silenzio. Sorrisi.
«Ti sei masturbato al telefono con qualcuna di loro?»
Lui deglutì.
«E pensando a me?»
«Hai mai scopato con due donne insieme?»
Lo costringevo a guardarmi se abbassava gli occhi. Quando ero certa di avere nuovamente catturato il suo sguardo mi zittivo, rimanevo seria, facevo assumere alla mia bocca un’espressione imbronciata e passavo distrattamente la punta della lingua sul labbro inferiore. Lui tornava ad abbassare gli occhi e aveva un fremito nel respiro, come se l’emozione che fino a quel momento aveva in gola d’improvviso si spostasse giù a gonfiargli il cazzo.
Mi piaceva da morire pensare che si sentisse così, emozionato dalla gola al cazzo.
Erano stati i movimenti della lingua? I racconti e le domande? Il mio seno e le mie gambe? O era solo la sua poca esperienza con le donne?
Era delizioso gustarmi il suo imbarazzo, e assaporai la mia decisione inattesa: di lì a poco gli avrei strappato ogni cellula di diffidenza e di vergogna con la lingua.

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