Capitolo 3 – Una proposta indecente

L’avevo raggiunto nell’hotel in centro dove era solito fermarsi quando aveva udienze a Milano. Era davvero un bell’uomo. Lo guardavo mentre stava nudo, bocconi sul letto, in silenzio. Lo smartphone in modalità aereo sul comodino, accanto all’orologio: per due ore non aveva guardato né l’uno né l’altro.
Anche io ero nuda, appoggiata alla spalliera, le gambe distese sulle lenzuola mentre sfioravano quelle di un uomo che conoscevo da pochi giorni. Fumavo e lo guardavo. Lui respirava piano, rilassato. Aveva ottenuto quel che voleva e non aveva più bisogno di fingere.
Facevano tutti uguale. L’avvocato, l’architetto, quello conosciuto a quella festa, quello che mi aveva presentato un’amica, quelli del sito di incontri. Tutti con gli stessi discorsi, le stesse pose, la sicurezza da uomo che ti spiega persino quello che vuoi tu — come se tu non lo sapessi. Per scoparti senza spendere un soldo, montavano la recita, ognuno a modo suo, dello stesso copione. E poi, dopo il sesso, diventavano sereni, distesi, quasi veri. Come se solo venendo riuscissero a smettere di recitare.
Tutto sommato era andata bene. Massimo si era impegnato parecchio. Troppo. Seguiva il “Manuale del perfetto scopatore”, il ciclo delle posizioni base di ogni buon porno che si rispetti — sopra lui, sopra io, di fianco, a pecora — cambiando coreografia ogni volta che stavo per venire. Sembrava sotto tensione, più attento a mostrarmi le acrobazie di cui era capace che a godersi la scopata. Più di una volta fui sul punto di dirgli: “Non c’è un regista nascosto nell’armadio, smettila di fare il provino e scopami”; oppure: “Se gemo significa che mi piace così, non è un modo per chiederti di mostrarmi altro”. Ma se lo avessi fatto il buon cazzo che aveva fra le gambe si sarebbe irrimediabilmente ammosciato.
Per carità, lo conoscevo pochissimo, ma Massimo non aveva l’aria di uno che ti lascia a bocca asciutta. Mi avrebbe portato alla meta con la lingua o con le mani. Però non era quello che volevo. Del resto, non si può offrire un regalo di Natale splendidamente impacchettato e poi impedire di scartarlo e goderselo, no?
Così, mentre stava scopandomi un’altra volta alla missionaria, quando capii che stava per cambiare di nuovo posizione pensai: “Vuole dimostrarmi che è bravo? Diciamoglielo…”. Lo serrai forte fra le gambe e gli sussurrai un paio di oscenità all’orecchio. Un «mi fai sentire così troia» o un «quanto ce l’hai grosso» — paroline magiche da evitare con i timidi ma che con gli uomini come Massimo fanno un effetto clamoroso. E difatti da quel momento cominciò a darci dentro perbene, scordandosi copioni e registi immaginari, mentre io gli mordevo ogni tanto il collo. Mi mise le mani sotto il culo, le dita conficcate nelle natiche, e prese a stantuffarmi a lungo, nel modo che volevo, libero di dirmi indecenze, libero di farmele.
Venni più volte. Poi venne anche lui e sono certa che di tutto il repertorio di posizioni che mi aveva riservato l’ultima missionaria era quella che gli era piaciuta di più.
Ora se ne stava lì, in silenzio, finalmente rilassato.
Adoro il silenzio del dopo. Due corpi fermi, ognuno al suo posto, senza bisogno di dire niente. Me lo gustavo fumando piano, sapendo che sarebbe finito prima della mia sigaretta.
«Sei straordinaria», sussurrò Massimo con voce da seduttore, allungando la mano ad accarezzarmi la pancia.
Ecco. Con un po’ di fortuna mi avrebbe chiesto quando ci rivedevamo; altrimenti avrebbe cominciato a raccontarmi della sua vita, del suo bisogno di calore e colore. Una tiritera che, in pratica, si sarebbe potuta tradurre in “Voglio succhiare colore e calore dalla tua”.
Spensi la sigaretta e gli passai la mano fra i capelli, invitandolo a mettersi supino.
«Ceni con me?», mi chiese.
Risposi di sì e gli montai sopra. Avremmo cenato insieme, certo, poi non lo avrei più rivisto. Non ne avevo voglia, ma prima della cena avrei scartato e mi sarei goduta almeno un’altra volta il suo regalo di Natale.
Più tardi andammo a Brera.
Il locale scelto da Massimo, il tono della voce, i gesti gentili ma affettati: era tornato in modalità “conquistatore”. Come se il sesso non avesse cambiato nulla. Come se fosse ancora nella sua recita. E naturalmente aveva preso a parlare di sé. Non la verità, ovviamente, ma la sua versione — una versione benevola che a furia di ripetersela era diventata vera. I successi, i viaggi, la moglie che non lo comprendeva. Il tutto condito dal ritornello di quanto gli mancasse una donna come me.
Lo guardavo e pensavo: uguale a tutti gli altri. Aveva bisogno che lo ammirassi, che lo accudissi, che gli dicessi quanto fosse incredibile. Un bambino che vuole che la mamma lo coccoli, ma in un corpo che gli faccia rizzare il cazzo. E il peggio era che ci credeva davvero — che per avermi scopata bene una sera mi avesse lasciato qualcosa di più di un letto sfatto. Non sapeva che tutto quel cinema mi faceva venir solo voglia di chiudere le gambe. Meno male che non lo avrei più rivisto.
Parlava e parlava e io faticavo a seguirlo. E in più avevo un mal di testa che cresceva.
Poi di botto realizzai: era della sua voce la colpa! Erano i discorsi infiniti che mi stava propinando su sua moglie, con un accento e una cadenza insopportabili! Stava straparlando da quasi mezzora di quanto fosse un mostro di donna, un mostro di madre, un mostro di moglie. E aggiungeva dettagli su dettagli.
Fu un lampo.
Pensai a lei, alla vita vuota che doveva farsi accanto a quello lì, circondata da silenzi imbarazzanti e rimproveri infiniti, e mi divertì immaginare che potesse essere “Nuvola79”, o qualunque altro nick femminile del mio sito di incontri. Pensai che per l’esasperazione si fosse iscritta anche lei e stesse scopando a destra e a manca. In fondo, qualcuno doveva pur goderselo, quel matrimonio.
Trattenendo un risolino finsi di dover andare.
«Oddio, mi dispiace, scusami tanto, non mi ero accorta di quanto fosse tardi», dissi mentre lo salutavo.
«Ma che peccato, però dai, appena torno a Milano ti avverto. Voglio rivederti. È stato bellissimo oggi», rispose mentre gli davo un bacio sulla guancia.
«Certo, è stato bellissimo. Chiamami in settimana», feci mentre andavo via.
Cinque minuti dopo, sul taxi, avevo già bloccato il suo profilo e messo il numero nella lunga lista di “chiamate e messaggi da rifiutare in automatico”.
Posai il telefono in borsa. Quell’incontro mi aveva infastidita. Abbassai il finestrino del taxi. L’aria di giugno mi entrò calda nel collo, portandosi via l’odore di Massimo.
Ripresi il telefono e scrissi al ragazzo.
«E se ti facessi una proposta indecente?» gli scrissi.
«Accetterei» rispose senza aggiungere altro.
«Prendi una camera in un albergo domani sera. Scrivimi la via e il numero della stanza. Io vengo da te e mi prometti che ti lasci annusare tutto. Poi magari ci vediamo un film insieme.»
«Va bene. Lo faccio.»
Mi sorprese davvero. Non potevo credere che avesse accettato così, senza riserve, una proposta folle — e pure rischiosa: in fondo ero una perfetta sconosciuta. Mentre il taxi frenava, mi ritrovai a sorridere. Era così raro che qualcuno mi spiazzasse.

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