Avevo tenuto un diario, dal giorno in cui ci eravamo conosciuti. Qualche volta poche righe, più spesso un fiume. State leggendo quel diario, raccolto e sfrondato delle mille ripetizioni, ma sostanzialmente integro. L’ho riletto molte volte, sorprendendomi ogni volta dell’identica frenesia che il mio amore per Andrea ha prodotto e produce ancora.
Lo avevo pubblicato online all’inizio della nostra storia, un blog pornografico che raccontava di noi: mi eccitava l’idea che molti, del tutto sconosciuti, sapessero.
Avevo aperto dei profili sui social per amplificarne le pagine e scrivevo pensieri, raccontavo della mia passione per lui, dei giochi che facevamo o che volevo fargli, dell’elettrica letizia di quando lo avrei visto, del languore e del senso di vuoto quando lo lasciavo. Raccontavo ad estranei la voglia, costante e potente, di averlo con me.
E lui silente leggeva le mie pubbliche dichiarazioni d’amore.
Forse scrivevo pure per lasciare una traccia di noi: volevo che il diario testimoniasse al mondo che io ero anche quella, la me stessa nuova che avevo scoperto con lui, una me stessa che sarebbe rimasta cristallizzata nel web.
Lo so, passerà, com’è inevitabile, forse com’è giusto, eppure per descrivere quello che sento, quello che è successo, quello che il mio cuore vorrebbe rimanesse per sempre, arrogante e ingenuo come le speranze dei ragazzi, non so usare parole diverse da queste.
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