Capitolo 22 – Profumo di troia

Gli uomini del mio passato, quelli amati davvero, intendo, avevano sempre fatto di tutto per rendermi diversa da quella che ero, più simile alla donna che loro desideravano fossi. Lo avevo capito prestissimo, ancor prima del mio matrimonio numero uno, sostanzialmente accettandolo.
Il mio “profumo di troia”, quello che i maschi trovano irresistibile, l’avevo riservato ai rapporti disimpegnati, nascondendolo ai due matrimoni e ad altre poche relazioni importanti. Lo facevo perché sapevo che se mi fossi mostrata autentica, nuda, con tutta la mia curiosità di osare, di provare emozioni nuove, anche a rischio di rimanerne delusa, l’uomo che amavo e che mi amava a un certo punto si sarebbe irrigidito e piano piano, di nuovo, avrebbe provato a forzarmi, a cambiarmi, a trasformarmi in una sua proiezione.
Rinunciavo alla mia ricerca di completezza, ma ero determinata a prendermi tutto lo stesso.
Ero anche quello: voglia d’intrigo e di libertà.
Negarlo sarebbe stato da stupida, e anche da ipocrita.
Meglio troia che stupida ipocrita.
Così mi prendevo entrambe le cose, separatamente. L’amore, la relazione “seria e profonda”, da una parte e il sesso pienamente libero, senza alcuna implicazione sentimentale, altrove.
A volte succedeva che nel mondo reale qualche uomo particolarmente attento, o solo semplicemente simile a me, percepisse quel profumo di troia anche attraverso la mia patina di irreprensibilità. Insomma, “sentisse” che io ero anche quello. Me ne accorgevo da un guizzo nello sguardo durante una riunione, un convegno o un’altra qualunque situazione formale, mentre seria e impeccabile procedevo nel mondo. Era un attimo. Un brevissimo scambio di sguardi che diceva: “Io lo so come sei”. I simili si riconoscono, forse si fiutano. Chissà. Poi entrambi distoglievamo lo sguardo e facevamo finta che quella consapevolezza non ci fosse mai giunta.
[……]

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