Valeria mi vuole bene da tanti anni. Abbastanza da potersi permettere d’essere curiosa di me senza invidia né giudizio.
Eravamo al Martini di corso Venezia, sedute a un tavolo all’aperto, nel cortile interno pieno di piante. Adoravo quel posto in primavera. Sembrava di andare a trovarla, la primavera: indossavi un vestito leggero, le gambe nude, senza calze, ti sedevi nella luce, fra quel verde, con Milano appoggiata sull’asfalto grigio dell’inverno e tu già cominciavi a vederla come sarebbe cambiata. Era solo uno spiraglio attraverso il portone.
«Con chi ti stai incontrando adesso? Ancora con l’architetto?».
Uscivo. Pardon. Scopavo da un paio di mesi con Roberto, architetto romano quarantasettenne, che si era trasferito a Milano da qualche anno. Ci stavo bene. Uno dei migliori incontri che il database del peccato, come lo chiamava Valeria, mi avesse regalato.
«Sì. Certo».
«Fammelo vedere che non me lo ricordo», chiese indicando il mio smart.
Valeria era stata il mio confessore di ogni scopata segreta degli ultimi due anni, solo che, invece di darmi la penitenza da scontare, a ogni nuovo peccato mi tranquillizzava. Una sorta di prete onesto.
«Sei stata bene? Ti ha fatto stare bene? Fottitene, ti assolvo».
Avevo aperto il cellulare per mostrarle una fotografia dell’architetto quando arrivò un nuovo messaggio. Era il “buongiorno” del ragazzo.
«Guarda che dolce!», mi scappò di dire mostrandole la foto del suo profilo nella messaggistica.
Lei aggrottò le sopracciglia.
«Ma gli fai doposcuola o viene a giocare la play con tuo figlio?».
Scoppiai a ridere.
«Chi è? Ma è maggiorenne?».
«Ha quasi ventisei anni e vive a Cremona. Ci cazzeggio solo al telefono. Figurati se vedo i ragazzini!», ci tenni a specificare con un finto tono da signora offesa.
Valeria mi prese il telefono, rimirò un altro po’ la foto di Andrea e aggiunse: «Però! È bello il giovane. Promette bene…».
«Sì. È bello».
«E allora dai!», fece lei. «Se è maggiorenne e non rischi la galera perché non lo incontri?».
«Figurati! Mi diverte, ma non ci penso nemmeno. Non è il mio target.», dissi riprendendo il telefono.
«Vorrei trovare il coraggio di iscrivermi pure io a ‘sto sito, mannaggia quanto ti invidio. Ma lo sai, io se non amo non riesco a farci niente con un uomo».
Valeria era infelicemente sposata da molti anni e da due viveva una relazione clandestina ancora più infelice con un suo ex compagno di scuola. Una storia che non la esaltava né sessualmente né sentimentalmente. Era diventata noiosa e problematica come un altro matrimonio.
«Quando vuoi ti dico come fare per iscriverti, così chiudi con quella specie di amante morto che ti ritrovi… Se devi accontentarti di un morto, tanto vale che ti trombi quello che tieni a casa».
Ridemmo complici. Sapevamo entrambe che Valeria non si sarebbe iscritta mai: era di quelle convinte che il sesso si fa solo per amore, pronte a raccontarsi continuamente la favola che sia giusto così.
Io invece pensavo che il sesso dovesse praticarsi fondamentalmente per due ragioni: orgasmi o soldi. E pazienza se il mondo (almeno ovunque ci sia un Dio uomo) da sempre chiama puttane le donne che lo fanno per questi motivi. Non che io sottovalutassi la meraviglia di scopare per amore, ma pensateci bene: quanto a lungo può essere ragionevole avere rapporti sessuali che non portino in dote almeno una delle due cose?
Quante volte noi donne, a furia di ritrovarci con la bocca e la fica piene di sborra senza avere avuto né piacere né soldi, accusiamo la vita di averci usate e maltrattate, e diventiamo represse, astiose, velenose? Anni e anni trascorsi a fare tutto quello che altri – genitori, fidanzati, mariti, figli – si aspettano da noi, ad accontentare il mondo facendo mille rinunce, solo per scoprire alla fine – quando indietro non si torna e tempo non ce n’è più – che non ci sono premi ad aspettarti, e nessun 10 in pagella.
È brutto dirlo, ma la nostra esistenza perbene, ordinata e tranquilla, spesso non ce la fa a cancellare il retrogusto che resta in bocca alla fine, quello amaro della routine di madri e nonne, e non riusciamo nemmeno a riconoscerlo, perché farlo significherebbe ammettere che invidiamo le altre, quelle che per una vita abbiamo chiamato puttane, quelle che lo hanno fatto per soldi oppure, peggio, guidate dal calore, come le cagne.
Valeria si alzò per andare alla toilette e io chiesi il conto. Poi, facendo in modo che nessuno se ne accorgesse, scattai una foto alle mie gambe nude accavallate sotto il tavolo. La inviai ad Andrea con «Buongiorno ragazzo!» e rimasi a guardare il display. Poi sorrisi: le spunte blu mi avvisavano che il messaggio, e la foto, erano stati visualizzati.
Subito. Come sempre.
Guardai Valeria mentre tornava verso il tavolo. Aveva un meraviglioso punto vita, stretto sopra il culo abbondante ma ancora alto nonostante i quarant’anni passati da un pezzo. Quanto avrei voluto saperla felice. Ci vuole un attimo perché la forza di gravità, il metabolismo, la pigrizia, facciano il loro corso inevitabile, e dopo non resta che rimpiangere tutte le volte che ci siamo arenate fra il coraggio di osare e quello di rinunciare, che non ci siamo chieste cosa davvero vogliamo, e illudendoci di essere belle solo se buone – brave donne, donne perbene, assennate madri di famiglia – dimentichiamo che siamo davvero belle solo nel coraggio di essere noi stesse.
Mentre la guardavo tornare, non potei fare a meno di immaginarla rompere con tutto: suo marito, il suo amante, le sue paure. La vidi nella mia mente con un vestito rosso, camminare scalza sopra la sua vita, senza mai voltarsi indietro. Era un’immagine così vivida che, per un istante, mi sembrò di vederla davvero così: felice.
Quando si sedette, la fissai con attenzione, sorridendo. Lei si sistemò il vestito con un gesto inconsapevole.
«Sai? Dovresti comprarti un vestito rosso. Sono sicura che ti starebbe divinamente.»
Valeria alzò le sopracciglia, confusa, con quel sorriso che diceva “sei matta”. Ma no, non lo ero. Vedevo ciò che lei ancora non osava guardare.
Uscendo, le feci l’occhiolino e la presi sottobraccio, mentre ci incamminavamo verso San Babila. Ci mise un attimo a capire che stavo per confessarle qualcos’altro.
«Non mi dire che ce ne sta un altro…»
Annuii sorridendo.
«Racconta» fece lei, eccitata come una bimba di fronte alla prossima favola.
Le raccontai di Massimo. Un avvocato di Firenze che avevo conosciuto la settimana prima. Intelligente, bello, di un’eleganza raffinata, con ogni accessorio – orologio, cravatta, calzini – che ne rivelava l’ottimo gusto.
«Pensa che ho studiato sui testi scritti da suo padre! Mi dà l’idea di un uomo cui non è mancato mai nulla, né denaro, né appoggi, né clientela, eppure non si è adagiato a vivere nel riflesso della fama paterna. Anzi. Credo sia dominato dalla voglia di dimostrare di essere il migliore. Ecco perché penso che anche a letto non si risparmierà e ho deciso che domani pomeriggio me lo scopo».
«Ma non finiscono mai questi uomini del sito?» scherzò Valeria.
«Quando finiranno comincerò ad affidarmi a quel che il destino metterà sulla mia strada. Sono certa che il sito degli infedeli non se la prenderà, se diverrò infedele pure a lui».
Ridemmo insieme. Poi le schioccai un bacio sulla guancia e ci salutammo.
Tornai a casa contenta: la primavera flirtava con Milano, c’erano messaggi maliziosi sul mio telefono, avevo due amanti in lista e la mia amica forse avrebbe comprato un vestito rosso. E, soprattutto, avevo la certezza di vivere esattamente come mi pareva, senza dover dare spiegazioni a nessuno.
