Capitolo 1 – Fuori dalla stanza

Pensato ogni giorno da un team 100% femminile.

Offriamo il potere alle donne sposate

in cerca di incontri extraconiugali

con totale discrezione.

 

Con totale discrezione… Sì, come no. Pensato da un team femminile? Ma va’, figurati se non ci sta un uomo dietro. Poi mi dissi:

“Dai, e perché no? Magari funziona. Però ti serve un nome finto… Anna Rosselli. No, Anna Rosselli non sa di niente. Selvaggia Rosselli? Nemmeno questo. Anna Selvaggi va già meglio. Anzi, Anna Selvaggia. Però sembrano due nomi, non va bene. Aspetta aspetta, sì, ecco, ci sono. Anna Salvaje”.

Fu così che mi registrai, per provare, senza aspettative e pentimenti. Era un gioco, una scorciatoia. E devo ammettere che funziona.

O meglio, funzionava. Con uomini sposati, tra i quaranta e i cinquanta, fatti e finiti, eleganti, brillanti. Un giro più rapido: aperitivo, cena, hotel.

Funzionava. Qualche settimana, al massimo un mese o due. Poi finiva, e quell’amante andava insieme agli altri, gente di cui ricordo a malapena il nome, ma non un’immagine, un sogno, un’idea. Però una cosa, sì, io sapevo giocare. Eccome. Almeno finché il gioco funzionò.

Ma quante se n’era scopate, il Principe Azzurro, prima di vivere felice e contento? E dopo? La storia non lo dice. Lui è un conquistatore. Noi siamo puttane. Viviamo in una stanzetta con una reggia a disposizione. E guai a uscirne. Io lo sapevo bene: ogni volta che mi beccavano un messaggio, la faccia del mio compagno non era di dolore. Era di schifo. Come se d’improvviso fossi diventata un’altra. Quando quella che beccava un messaggio ero io, tutti a dirmi che esageravo, che queste cose capitano. Così decisi di uscire dalla stanzetta e quella reggia prendermela tutta.

Il sistema è facilissimo. Ti scrive qualcuno, guardi la scheda, rispondi o no. Nessuno se la prende. E se se la prende, pazienza.

La maggior parte degli utenti ci metteva settimane prima di incontrarsi. Chattavano, si raccontavano segni zodiacali e colori preferiti. Io no. Io volevo annusarlo, l’uomo a cui avevo deciso di rispondere. Ci vedevamo in un caffè e lo sottoponevo a un esame.

“Casting per il mio letto.” Così chiamavo quegli incontri preliminari descrivendoli a Valeria, l’unica amica che sapeva della mia doppia vita.

Perché dal telefono non capisci niente. Puoi mandarti foto, vocali, spogliarti in uno schermo. Ma l’altro è una tua invenzione. Ti fai un film in testa — la sua bocca, le sue mani, come ti toccherebbe — e lui dall’altra parte se ne fa un altro. Poi vi incontrate e non è lui. Non è nemmeno lei. Ci hai parlato un mese e scopri che manco ti piace. Perché fin quando non c’è lo sguardo e la voce senza microfono non lo sai. E soprattutto non lo sai se non c’è l’odore.

L’odore è sempre la prima cosa che deve piacermi di un uomo, se voglio portarmelo a letto. Mi bastano cinque minuti per capire se funziona. Ecco perché incontrarsi subito: se l’uomo non mi fosse piaciuto avrei perso solo il tempo di un caffè, alla peggio di un pranzo. Che senso aveva star lì a menare storie prima di annusarsi? Se le chiacchiere fossero state interessanti, sai la delusione a non ritrovarsi con gli odori? Cercavo amanti, mica amici.

Quando l’uomo superava il casting, al secondo appuntamento quasi sempre si scopava. Se il sesso era buono ci si rivedeva per qualche settimana fin quando non mi annoiavo. Me lo diceva l’odore. A un certo punto l’odore dell’amante di turno diventava neutro, come l’aria di una stanza in cui sei stata troppo a lungo. Non mi disgustava. Spariva. E quando il corpo di un uomo non ha più odore per te, puoi ancora scoparci, ma è come mangiare senza fame. A quel punto chiudevo e ricominciavo. Scopate con calma nella penombra di una camera d’hotel, oppure in piedi alla toilette di un ristorante, con la voglia di mangiarsi più grande di quella di mangiare. Sesso e basta. Senza complicazioni, senza intralci né fraintendimenti. E la consapevolezza di potere, in qualunque momento, alzarmi, rivestirmi e girare i tacchi, senza spiegare o dare giustificazioni.

Che fossero sposati era una garanzia: potevo accettare, rifiutare, rimandare e loro non facevano storie. L’importante era stare attenta. Un telefono dedicato, un nome falso, mai due volte lo stesso hotel. Cancellare le tracce come si rifà un letto.

Quasi tutti avevano sposato una “che non dà problemi”, di quelle cresciute con casette da arredare e bambolotti da vestire. Beata presunzione: sapeste quante di quelle donne ho conosciuto nei privé. Di fastidioso avevano solo l’ego gonfio come un pallone, il vizio di spiegarmi le cose, come a dirmi: «Hai visto come sono bravo, quanto sei fortunata, bimba?» Ma era un dettaglio: se avevano un bel cazzo e lo sapevano usare, li perdonavo volentieri. Poi c’erano i timidi, uomini che avevano puntato tutto sulla carriera e arrivavano alla mezza età morti di paura. Avevano il vizio di mandarmi messaggini e giocare a fare i romantici, fingendo una relazione stucchevole. Li tolleravo una volta al mese, al massimo, quando passavano per Milano. I più adeguati erano i miei pari: uomini che mi scopavano con voglia, senza raccontarsi o raccontarmi storie. Si sa: puttana al maschile si dice grande scopatore.

Sesso appassionato. Attento e generoso. Erezione immediata e prolungata. Qualcuno prendeva pasticche per tenerselo duro? A tante donne il fatto crea imbarazzi e cali di stima, a me no. Il cazzo barzotto non è allegro neppure se sei innamorata, figurarsi quando lui ti è indifferente: fa venire da piangere.

In ogni caso, qualunque fosse l’amante di turno, la mia vita segreta restava separata da quella di tutti i giorni. Non si toccavano. Dormivo tranquilla la notte, senza rimorsi, e senza bisogno di analisti o confessori. Uscivo da un letto e entravo nell’altro come chi si cambia le scarpe.

E così andò, tra un’avventura e l’altra, per due anni. Due anni di alberghi con le tende tirate e taxi di ritorno in cui già non ricordavo la sua faccia. Due anni in cui nessun uomo mi lasciò un segno, un’insonnia, un motivo per guardare il telefono due volte.

Finché una notte di fine maggio, tardi, sul divano, con la televisione accesa senza guardarla, mi scrisse un certo Andrea.

Non so perché lo fece e nemmeno perché gli risposi: non corrispondeva affatto al tipo che mi ero prefissata di frequentare. Anzi, un tipo del genere non avrebbe neanche dovuto starci, in quel sito di sposati fedifraghi. Con uno diverso da te può essere difficile scopare anche una volta sola, giusto? E Andrea era troppo giovane, ventiquattro anni, single, studente. A quel tipo di utente non rispondevo mai.

Mi aveva scritto una battuta ingenua e non avevo resistito alla tentazione di sottolineare la banalità della sua osservazione. In qualche modo, volevo mortificarlo. Immagino che invidiassi quei ventiquattro anni e me ne prendessi gioco perché potevo. Ma lui si era scusato per la battuta e lo aveva fatto in italiano corretto. Ah, l’italiano corretto… Quanto è sexy l’italiano corretto.

Dalla chat passammo ai messaggi al telefono, quindi alle chiamate vocali. Non avevo nessuna intenzione di incontrarlo: troppo fuori dai miei schemi. Però chiamarlo ogni tanto mi piaceva, mi metteva allegria imbarazzarlo, inviargli qualche mia foto — la scollatura, una caviglia, il dettaglio di una coscia. E lo invitavo a mandarmi file vocali, parole con la “r”, perché Andrea ha un modo tutto suo di pronunciarla. Gli dicevo che morivo dalla curiosità per la sua lingua mentre emetteva quel suono. Generalmente, dopo queste battutine, Andrea restava zitto al telefono. Non era abituato a conversazioni cariche di doppi sensi — che io adoro — e allora per giocare alzavo il tiro. Lo immaginavo diventare rosso quando equivocavo di proposito, infilando doppi sensi in parole e circostanze normali. Una volta lo sentii deglutire dall’altra parte. Un suono piccolo, involontario. La gola che si chiude. Mi venne da sorridere. Insomma, ci giocavo.

Ma una sera, dopo aver riattaccato, non posai il telefono. Rimase lì nella mia mano e io lo guardavo come si guarda una porta che non sai se aprire. Non pensavo a niente di preciso. O sì: pensavo che con tutti gli altri lo avevo capito dall’odore. Questo ragazzo non l’avevo ancora annusato e già stavo richiamando il suo numero senza capire perché.

Quello avrebbe dovuto avvisarmi. Ma non volli ascoltare.

 

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